Amici per le palle

Né il pelo, né il vizio. Ted non ne perde. Fumo, donne, divano, televisione, birra. La declinazione dell’uomo medio va bene anche per un orso piccolo. Peluche fenomeno da baraccone, Ted cade dal cielo per volere del suo padrone John, piccolo ragazzino insicuro che assieme al suo pupazzo costruirà un mondo parallelo. Rassicurante e comodo come star seduti di fronte alla tv nel covo di casa propria. Il tempo passerà, ma staccare il cordone ombelicale con quel mondo pieno di leggerezza e abitudine sarà difficile come evitare di ridere di fronte a Mark Wahlberg con un peluche al posto dei capelli.

Seth McFarlane sbarca al cinema, ma si porta dietro la televisione. Ted non è un film, è un telecomando con tanti tasti che cambia continuamente canale. È un bombardamento irriverente di citazionismo nerd (Indiana Jones, E.t., Star Wars con un pizzico di Hot Shots!), rimandi sparsi alla cultura pop della generazione nata negli anni 80’. Una generazione che qui appare quasi traumatizzata dai miti del cinema, dalle icone televisive, dal gozzovigliare a oltranza. Da mondi pigri in cui si rimane ingabbiati piuttosto che solo divertiti. Spegnere il televisore dei ricordi e della nostalgia significherebbe affrontare la vita vera. L’egoismo è imperante. Il passato catodico vince sul presente. Anche se quel presente si chiama Mila Kunis.

Dei Griffin rimangono lo spirito cinico e misogino di Brian (incarnato in Ted), le interminabili scene di lotta e la costante esaltazione della stranezza come parte integrante della normalità. Il “no sense” invece è rimasto chiuso nel cartoon. La sua comicità esplode in un collage disseminato non solo di demenzialità e qualche parolaccia, ma anche di battute intelligenti. Con un pelo di manifesto sociologico. Quello che parla della generazione dei Peter (Griffin e Pan) , che in bilico tra il non più e il non ancora, si adagia su allegrie impolverate.

Ted irride e allo stesso tempo di serve degli stereotipi narrativi della commedia americana, ma quando cerca un minimo di coerenza narrativa perde la sua forza. Ovvero uno scomposto racconto ipertestuale che ha come morale la gioia e il divertimento della condivisione.

A suo modo Ted è una fotografia del nostro tempo (libero). Con Flash. Ovviamente.

Giuseppe Grossi

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