Punto e daccapo

Spiderman due “punto” zero. Nasce la nuova rete che racchiude vecchi poteri e diverse responsabilità. Di solito i film fanno scaturire dubbi e interrogativi dopo averli visti. The Amazing Spiderman ce li pone da prima. Perché? Perché un altro Spiderman dopo appena dieci anni da quello di Raimi? Forse Webb ha voluto rispolverare l’eroe solo perché  aveva trovato il vero Peter Parker. Andrew Garfield incarna perfettamente quello  che nel 2002 chiamavamo ancora secchione e che ora definiamo nerd. Un genio impacciato, un disadattato introverso, un addicted della tecnologia, ma prima di tutto un figlio abbandonato.

The Amazing Spiderman non racconta solo la genesi dell’eroe, ma la sua genitorialità mancata. La storia inizia a tessere una trama invischiata nei ricordi, nei ri-morsi e nelle radici. Zio Ben e Zia May sono amabili sostituti di un affetto e di un esempio che Peter riuscirà a capire solo dopo aver vissuto il percorso d’eroe e non da adolescente arrabbiato, da figlio ferito.

Ed è proprio in questa naturale ricerca delle origini che Peter incontrerà un vecchio amico e collega di suo padre, il Dott. Curt Connors, impegnato nell’incrocio genetico delle specie, convinto che questa tecnica possa rendere l’essere umano perfetto. L’intento è nobile, ma le circostanze lo renderanno vittima della sua stessa invenzione. Nasce così Lizard, un cattivo “monco” nel carisma e nelle motivazioni.

In effetti tutto quello che evade dall’introspezione di Spiderman risulta debole, dall’antagonista alla storia d’amore banale con Gwen Stacy (la felina Emma Stone, Catwoman mancata).

Se lo Spiderman di Raimi era un eroe che agiva, un idolo della folla amato dalla gente, un vero e proprio personaggio pubblico, questo Spidey è più imploso e privato, meno da grattacielo e più da grattacapo. Non ci interessa cosa faccia, ma chi sia.

La professoressa di Peter insegna: “l’intera storia della narrativa è riducibile ad una sola domanda: chi sono io?”. È qui nasce l’empatia con l’eroe. Abbassato a livello del comune spettatore. Il suo problema è semplice. Ed è di tutti. Come veniamo percepiti? Cosa siamo per gli altri? Chi siamo davvero? L’eterna ricerca della vera identità nonostante le maschere che indossiamo ci illudano di essere più forti.

Giuseppe Grossi

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