Tributi della plebe

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Non c’è atto di libertà più ingannevole del gioco. Travestito da atto indipendente sottopone il giocatore a delle regole alle quali sottostare e a dei limiti entro i quali muoversi. E nel caso di Hunger Games si deve parlare di “regolamento di conti”. Un gioco nato come punizione nei confronti di 12 distretti abitati da emarginati e poveri ghettizzati, colpevoli di essersi ribellati in passato alla ricca e ingorda Capitol City che per l’occasione crea un reality shock in cui ragazzini ammazzano altri ragazzini in uno spettacolo cinico e spietato.

Gli adolescenti dei distretti sono usati come tributi della plebe, sacrifici necessari mandati in onda per poi naufragare per il piacere macabro e voyeuristico di chi guarda da casa. 24 partecipanti, 1 solo vincitore, o meglio, sopravvissuto. Tra di loro c’è Katniss, partecipante volontaria, sacrificatasi per il bene della sorella minore.

Hunger Games, tratto dall’omonimo romanzo, contrappone l’atmosfera squallida dei ghetti a quella multicolor e kitsch della capitale senza pietà. Ed è in questo mondo assetato di dolore altrui che viene costruito una moderna arena di sangue in cui giocare con le vite e soprattutto le speranze di un popolo sottomesso. La vita in gioco si fa spettacolo.

Opera frettolosa e occasione sprecata, il film ha un registro espressivo indeciso perché troppo spesso pronto a cadere nel banale e nel ridicolo dei film adolescenziali. Nonostante questo Hunger Games solleva un sottotesto metaforico molto interessante. Pone l’interrogativo sulla natura sociologica dei fenomeni televisivi moderni: talent e reality show. Perché piacciono nonostante ripetano da anni lo stesso schema narrativo? La risposta forse è nella natura a suo modo macabra di questo schema. Giovani in pasto al pubblico. Ai giudizi, alle critiche, alle prove. Vince sempre uno solo per cui a conti fatti si mettono in mostra più fallimenti che vittorie. Le eliminazioni sono le vere protagoniste e il pubblico da casa il grande sovrano compiaciuto di guardare e basta.

Nel film si parla di speranza. Mai troppa, sempre minima. Farebbe audience uno show dove lo sconfitto è uno solo? Forse no. Godiamo del fallimento dei sogni altrui in un’epoca schiava della messa in scena del successo. C’è più empatia con gli sconfitti. Come succede con Katniss e il suo amore Peeta durante il film. Li preferiamo braccati e feriti, piuttosto che vincenti. Ne vince uno solo. In questo film vincono in pochi. Troppo profondo per essere letto dai ragazzi e troppo superificiale per affondare il colpo. Prende la mira, ma manca il bersaglio. Le mani non pensano tanto ad applaudire, ma ai pollici versi e agli indici di ascolto.

Giuseppe Grossi

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