Ironic Men

Un’armatura, uno scudo, un martello e tanta rabbia. È il supereroe perfetto che sa difendere, attaccare e dosare la sua ira. Ma non è una sola persona, nessuno è talmente perfetto da bastare a se stesso ed essere utile alla causa. È “l’unione che fa la forza” laddove “chi fa da se fa per tre” non funziona più. Retorica, modi di dire, frasi rassicuranti. D’altronde nel film stesso l’Agente  Coulson (fan dei supereroi e collezionista di figurine) dice “la gente ha bisogno di un po’ di tradizione”. Le stelle (del cinema) e le strisce (dei fumetti) si fondono così in un film affollato, ma mai confuso, emblema del quasi banale che va sul sicuro, non rischia e per questo piace sempre.

Se è vero che dev’essere “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, allora The Avengers è un film maledetto. Ma cosa significa essere eroe? L’universo eroico Marvel risponde sempre in maniera diversa. C’è chi nasce eroe (Thor), chi si costruisce tale (Iron Man), chi è costretto a diventarlo per volere altrui (Capitan America) e chi lo è per errore (Hulk). Ognuno gestisce il proprio fardello e il proprio dono in maniera diversa. Esaltandolo, convivendoci, moderandolo, sfruttandolo.

La minaccia che incombe proviene da Loki, fratello di Thor, intenzionato ad impossessarsi di un cubo di Tesseract, minerale grazie al quale assoggettare l’umanità con l’aiuto di un esercito alieno

Nonostante le motivazioni del nemico non siano poi così originali, in The Avengers il nemico più che minacciare la Terra fa leva sulle insicurezze dei singoli eroi. Insinua il dubbio sotto le loro corazze. I Vendicatori dovranno mettersi in discussione come singoli e come gruppo. Inizialmente incapaci di autogestirsi, i Fanatici 4 stanno assieme, senza essere un insieme. La semplicità del braccio (Thor e Capitan America) non accetta la scarsa umiltà della mente (Banner e Stark). Così il gruppo (troppo) sanguigno rischia l’implosione.

Nonostante non si abbia l’impressione che gli eroi possano soccombere e perdere davvero, The Avengers è un film che appassiona grazie all’epicità dell’azione e che funziona grazie all’ironia. E qui Robert Downey Jr.  detiene lo scettro del potere. Anche sotto l’armatura, con il primo piano del suo volto illuminato dai radar, il film viene tempestato da battute e citazioni meta cinematografiche che sdrammatizzano una storia per forza di cose sopra le righe. Convince anche il collage strampalato di registri espressivi, con questi supereroi esemplari nelle azioni e in difficoltà con le parole. L’aulico eloquio shakespeariano di Thor, la noiosa retorica militare di Capitan America, la depressione costante di Banner e l’oratoria ludica di Stark costruiscono una Torre di Babele molto divertente.

Iron Man (lo si intuisce dalla locandina) è il leader, l’unico che può vedere le cose dall’alto e a dirigere l’azione. E forse la morale è tutta qui: nel distacco. Tony Stark è l’unico a rapportarsi al male (che incombe dentro di lui con le schegge vicino al cuore) con il distacco dato dall’ironia. Il male  è subdolo perché si nutre della paura e della rabbia. Talvolta deriderlo, ridicolizzarlo, guardarlo in faccia senza farsi travolgere è l’unico modo per chiudere i buchi neri. Sopra le nostre teste come dentro di noi.

Giuseppe Grossi

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