Diversamente amabile

Gli opposti giusti al momento giusto. Il bianco che si fonde col nero. Il povero che arricchisce il benestante. Tratto da una storia vera, Quasi Amici racconta la favola di Driss, afrofrancese, uomo di ghetto e di Philpe, 50enne paraplegico affascinante e affascinato da una vita che celebra, ma non può vivere. Il primo diventerà l’assistente del secondo. Ma se “assistere” ha nella sua etimologia un senso di passività, per Driss ha tutt’altro significato. La sua indole naturale lo porterà ad irridere l’handicap del suo paziente, spazientito dalla pena altrui, e a smuovere dalla sedia a rotelle un uomo bloccato nei sentimenti prima che nel fisico. Aria, colore, sole, vitalità.

Per una volta non è l’amore che cambia la vita, ma un incontro tra uomini, quasi amici, mai banali nel dimostrarsi un affetto che deriva dalla complementarietà. Driss aveva solo bisogno di un posto pulito (la vasca da bagno ne è l’emblema) dove esprimere la sua voglia di vivere sincera e dirompente. Philip (un Cluzet in bilico tra De Niro e Hoffman), sensibile dal mento in su, e per questo capace di ascoltare molto bene, desiderava vivere la sua passione (pittura, musica, penna, donne) senza compassione.

Il film è come Driss. Irriverente, ma garbato, sfrontato, ma mai eccessivo. Storia pervasa dal desiderio di libertà, negata dal fisico così come dalla classe sociale, che si lancia con sincerità, senza il paracadute del sentimentalismo.

Un’opera che procede delicata e profonda, scandita dal costante suono di un pianoforte, strumento di contrasti sin dal nome, dove il nero si alterna al bianco in modo “composto”. Come questo film pieno di dignità.

 

Giuseppe Grossi

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