L’indizio della fine

Prima regola del buon investigatore: due coincidenze fanno una prova. Ebbene in questa seconda prova dell’arguto Sherlock Holmes c’è qualcosa che non coincide con i fasti del passato. La nuova avventura dell’investigatore di Baker Street non lascia l’impronta, ma tracce sparse della formula che lo ha reso tanto accattivante. Sta volta nessun nemico astratto alle prede con elementi esoterici, ma una minaccia reale ed imminente. Il professor Moriarty architetta con maestria uno scontro mondiale mettendo le superpotenze europee l’una contro l’altra. Da qui avrà inizio una lunga partita a scacchi, hobby notoriamente lento e noioso, nonostante la genialità di cui necessita.

A Sherlock Holmes- Gioco di ombre infatti manca il ritmo e sta volta le sempre avvincenti sequenze in slow motion, che prevedono le mirabolanti scene di azione, non bastano ad appassionare. Un gioco nell’ombra quello di Guy Ritchie che rispolvera la stessa formula del primo capitolo a cui però manca necessariamente l’effetto novità. La maniacale cura di Ritchie rimane viva. Fotografia e musiche immergono nelle gotiche atmosfere di fine 800’. Ma nonostante il vertiginoso tour europeo  (Praga, Austria, Parigi, Svizzere) la passione non è “incontinente”. Il film rimane godibile perché intrattiene grazie al perfetto binomio Downey Jr/ Law e alle loro gag al limite del rapporto di coppia. Ma si ha la sensazione che alla fine la pellicola diventi come il suo protagonista: disordinato, eccentrico, compiaciuto e pigro.

Un personaggio femminile incolore (una Noomi per niente Rapace), un nemico immobile e per questo poco tremendo sono altri indizi che portano ad archiviare il caso come piuttosto deludente. Soprattutto per il confronto col primo capitolo e alle alte aspettative che ne conseguono.

Le vicende di Holmes si preferiscono più ridimensionate, quando il caso da risolvere è intimo, quando il palcoscenico dell’azione non è l’Europa al limite del conflitto mondiale, ma più privato, da camera. Questo Holmes lavora troppo con le armi, e si sente la mancanza della lente d’ingrandimento. Con la forza è troppo facile, troppo elementare Watson.

Giuseppe Grossi

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One response to “L’indizio della fine

  • Michele Mongelli

    Invece penso sia un buon antidoto contro la pesantezza e la piattezza dei film natalizi. Schubert e Don Giovanni arricchiscono ancor di più scene di un film mai monotono e con una buona base di ironia, già apprezzata nel primo capitolo. Forse unica nota stonata la mancanza di dialoghi psicologici e depressivi dell’investigatore, sostituite da effetti speciali e scene d’azione.

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