Penne d’amore perdute

 

Essere o non essere William Shakespeare ? Non è questo dilemma. Il problema è un altro. Che peso hanno le parole di fronte alla facilità delle azioni? Come può una penna essere più violenta di una spada? Dubbio amletico. Rispondere è in effetti una tragedia.  Roland Emmerich, dopo averci abituato a film catastrofici, si fa quasi intimo, mette da parte il martello e lavora di fino, con una penna di piuma e intinge una storia scomoda nella Storia d’Inghilterra. Ma qui non interessa capire chi fu Shakespeare, che passa come un misero attore, una persona vile, una comparsa piena di meriti indegni. Piuttosto incuriosisce conoscere l’uomo e le ragioni dell’uomo che si celano dietro le grandiose opere definite “spirito del loro tempo”. Ironia della sorte o selezione non casuale del genio dello scrittore fantasma, per nascondersi egli scelse proprio uno che  di cognome fa “Shakespeare”. Nome suddivisibile in due radici verbali che rispondono a due azioni precise: scuotere e trafiggere.

Ecco perché  lui forse. Perché  dietro quel nome e dietro quelle opere si nascondeva la lama silenziosa, ma tremenda, di un nobiluomo nato e cresciuto nell’impossibilità di essere chi voleva diventare. E che solo con la tragedia della parola e la messa in scena del malessere riuscì davvero a scuotere (le coscienze comuni) e a trafiggere (il potere). Parliamo di Edward de Vere, conte di Oxford, poeta e drammaturgo innamorato della vita, delle sue contraddizioni e soprattutto della possibilità di poterla non solo raccontare, ma far ri-vivere agli altri. La parola diventa un verso quasi animalesco di ribellione verso una cultura di corte rigida e testarda. Il teatro come palcoscenico e ossigeno per una persona troppo abituata a vivere dietro le quinte. L’amore per l’arte come immolazione, sacrificando sé stesso  “in nome” di un ideale.

Ma l’importante non è chi racconta, ma cosa si narra. E Anonymous attraverso una fotografia cupa, ed ambientazioni un po’ posticce, ci riesce con ordine e rigore. Senza eccedere in un facile romanticismo d’epoca e grazie ad attori ispirati, ci parla del potere forse utopistico, ma sempre affascinante della parola. Capace di dar voce alla grandezza dello spirito umano molto più di quanto possano fare le azioni di semplici uomini. E qui parliamo della parola allo stato di grazia, di amore, fallimento, onore, gelosia, dolore, sogno. Con le lettere che si fanno carico della vita stessa. È forse per questo che tra regine ed imperi le opere di Shakespeare (o chi per lui) rimangono “i regali” migliori che chiunque suddito-lettore potesse mai augurarsi.

Giuseppe Grossi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: