Il Cavaliere Scudo

Solito vizio dei nipoti di zio Sam. La gloriosa bandiera ce lo insegna e il cinema lo conferma ogni anno di più. Passare dalle strisce (dei fumetti) alle stelle (del  cinema) è un passaggio obbligato. Ma non tutti gli eroi sono uguali. L’universo Marvel, Iron Man a parte, è costellato di personaggi diventati supereroi o per caso (Spiderman, Hulk, Daredevil) o per volere altrui, attraverso esperimenti forzati (Wolverine). Alle radici della moda supereroica il discorso non cambia.  Captain America (fastidiosa inversione di vocali a parte) ci racconta la storia di Steve Rogers e le origini del mitico supereroe, archetipo del superuomo impeccabile, incarnazione perfetta del valore di giustizia e altruismo.

Tutto però parte dalle fragili spalle di un uomo gracile, fisicamente inadatto a combattere, ma con un cuore e un’aspirazione nobile, votata al sacrificio per il bene della patria e mai al piacere della guerra. Ebbene la sua storia ci insegnerà che anche un uomo piccolo può diventare un grande uomo. Sullo sfondo storico della Seconda Guerra mondiale (le cui ambientazioni risultano assai credibili) il nemico è presto fatto: nazisti; capaci però di andare oltre la follia di Hitler, trovando nel Teschio Rosso il simbolo di un nuovo fanatismo fatto di mito, magia e scienza al servizio del male.

Captain America: Il primo vendicatore ha proprio in un nemico senza carisma il suo punto debole. Ma il fatto che la lotta contro un personaggio così banale riesca a non rovinare il film rende merito a Johnston e al suo racconto sulle origini dello spirito eroico. Dopo un’introduzione che lascia ben sperare a qualcosa di diverso, ad un approfondimento dell’animo del protagonista, vestito l’abito dell’eroe tutto torna sui binari standard del classico cinecomic. Intrattenimento puro con regia e scene action di buon livello. Le emozioni rimangono ben nascoste dietro uno scudo di superficialità impenetrabile.

Personaggi poco tridimensionali come la posticcia conversione in 3d che con qualche impaccio tentano di ricalcare le derive frizzante di Iron(ic) Man. Ma qui non siamo di fronte all’eclettico autocompiacimento di Robert Downey Jr, ma alle spaesate e gommose espressioni di Chris Evans. E il fatto che ci si dimentichi che abbia  già impersonato la Torcia Umana ci fa capire quanto poco memorabili siano stati i film sui (poco) Fantastici 4.

Merito del film, oltre un finale avvincente e (ma va!?) aperto ad altri sequel e spin off vari, è quello di non cedere nella tentazione di esaltare l’America in un tedioso patriottismo.  Al contrario la pellicola tende a irridere il vizio tutto statunitense di creare un grottesco showbusiness ovunque ci sia speranza di creare consenso e consumo. Questo Capitan America è un cavaliere senza macchie, il cui percorso è un’inesorabile ascesa verso un’affermazione senza sofferenze né retroscena che ne approfondiscano la psicologia. Per questo lo spettatore ne rimane distante, frastornato mentre ne ammira le gesta, ma mai affascinato dal suo modo di essere e vivere da supereroe. Capitan America “aveva un appuntamento”. Possiamo dire che è stato puntuale, educato, ma non è stato un incontro indimenticabile.

Giuseppe Grossi

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