Harry Potter e la morte dei doni

Guardare Harry Potter ti sottomette ad una scelta forzata, un patto magico dal quale non si può sfuggire. O credi e ti immergi in un mondo fantastico abitato dalla magia e ti qualifichi come uno spettatore stregone, oppure non cedi all’illusione (in parte fanciullesca) della bacchetta e rimani un comune babbano.

Distaccato o immerso che tu sia, che tu vada a sbattere o meno contro il muro del binario 9 e 3/4 , è innegabile che Harry Potter e I doni della morte – parte seconda segni la fine di un percorso collettivo, una viale verso il tramonto di una saga che in dieci è cresciuta assieme al suo pubblico, attraverso film che sono cambiati assieme al loro protagonista. Dai primi capitoli al sapore di fiaba, passando dagli scossoni adolescenziali, sino ad arrivare gli ultimi appuntamenti in cui il male si è fatto sempre più vivo e concreto.

La seconda parte dell’ultimo capitolo ha tanto da dire e misteri da svelare; il mantello dell’invisibilità scopre così una storia narrativamente complessa, ma per niente complicata, capace di trovare nuove sfumature di grigio laddove si dava per scontato che la magia fosse puramente nera. Ma prima di arrivare ai risvolti drammatici della trama, veniamo immersi nei toni cupi di un’azione incessante, godibile discesa dark verso l’epico epilogo. Ritroviamo l’affannato Harry, sempre accompagnato dalla coppia Hermione/Ron, all’affannosa ricerca degli ultimi Horcrux, brandelli di anima di “ormai tutti sappiamo chi” e non fa più paura dirlo, Sir  Lord Voldmort. Campo di battaglia, il posto più sicuro del mondo, ma che in dieci anni è stato al contrario della sua fama, teatro di qualsiasi evento tremendo: la cara scuola di Hogwatrs. Tra le sue mura si scatenerà lo scontro finale.

Il problema principale del film è nel suo registro espressivo troppo indeciso;  scisso tra le avvincenti e toccanti tonalità da tragedia semi-shakespeariana (e diciamo grazie al grande Severus Piton) ed intermittenti cadute  di stile nelle babbane pratiche adolescenziali come baci inspiegabili per corridoi impauriti che invece di spezzare il ritmo della storia, la rovinano del tutto.

Ma l’aspetto più curioso risiede nell’antagonista dell’eroe. Stranamente Voldemort fa più paura quando è astratto, quando incombe in modo immateriale, nella sua invadenza intangibile. Quando la sua presenza diventa fisica quasi delude, sembrando un personaggio senza uno scopo poi così terribile, ma piuttosto un adolescente dispettoso (d’altronde lo era, vero  Tom?) che vuole solo giocare col suo nemico quasi fosse un fantoccio col quale divertirsi. Quello di Harry è invece un percorso costruttivo, nonostante sia minato  dalla morte, una crescita di consapevolezza in cui il ricordo dell’amore e l’amore del ricordo sono compagni assai preziosi.

La morte di questi doni lo porterà a compiere la sua missione, da solo, ma mai abbandonato. Ed è qui che le figure di Silente e Piton diventano quasi pedagogiche, preziosi alleati nella lotta contro il male (interiore soprattutto). E al di là di ogni immagine ed effetto speciale (non abbiamo bisogno degli occhiali come Harry, liberateci dal 3D) Silente ci ricorda, forse omaggiando i  meriti del romanzo, che le parole sono più importanti e forti di qualsiasi altra cosa, perché capaci di arrivare in posti in cui anche la magia fallisce. L’imbarazzante scena finale, in cui il trucco rovina la magia, ci insegna che tutto finisce, ma laddove c’è affetto talvolta le cose riprendono da dove tutto era iniziato.

Giuseppe Grossi

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