La maledizione della sceneggiatura fantasma

L’elisir di lunga vita è una pozione desiderata da molte saghe cinematografiche. Ma l’effetto magico di solito svanisce sequel dopo sequel, perdendosi dentro storie sbiadite che trovano senso soltanto nei botteghini e quasi mai nell’animo dello spettatore disincantato.

Nonostante siano abituati a vivere in cattive acque, stavolta i Pirati dei Caraibi non riescono ad evitare che la nave affondi e con Oltre in confini del mare (titolo sin troppo simile a quello delterzo capitolo Ai confini del mondo) si imbarcano un film in cui la sua sceneggiatura fantasma è il più affascinante mistero della gracile trama. La Perla Nera è stata distrutta (come?) ed essendo senza nave, Jack Sparrow decide di unirsi a qualche ciurma per arrivare alla fonte della giovinezza (senza una motivazione non banale che ne giustifichi il desiderio).

Sarà una corsa a tre : il solito Barbossa (al servizio del Re d’Inghilterra), un manipolo di spaesati spagnoli cattolici e Johnny Sparrow alleatosi suo malgrado con il cattivo meno carismatico delle storia dei pirati, Barbanera, e la bella Angelica (ottimo nome per una latina)  impersonata da una Penelope Cruz volenterosa, ma penalizzata da un ruolo spento sul nascere. Le gracili premesse sono seguite da uno svolgimento prevedibile e noioso che conferma la natura ludica della saga (ispirata ad una giostra di Disneyland), ma se gli altri capitoli sembravano una montagna russa avvincente, qui siamo ad un modesto giro di tazze. Un film troppo autoreferenziale, totalmente basato sulle (ormai ripetitive) gag della prima donna Sparrow che è l’unico capace di strappare qualche sorriso. Il resto è un collage confuso di profezie piovute dal cielo,  storie d’amore insopportabili tra preti sexy e sirene che si chiamano Serena (?), improbabili rapporti padre/figlia e superficiali opposizioni tra fede e riti pagani.

Tutto si disperde in un mare di banalità, senza comprimari all’altezza e scene degne di (almeno) un buon film d’intrattenimento. E se alla fine si sente addirittura la mancanza di Orlando Bloom allora, caro Jack, stavolta proprio no, non “comprendiamo”.

Giuseppe Grossi

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