Thor: l’Uomo Regno

C’è del marcio ad Asgard. Nell’olimpo del regno di Odino è giunto il momento di nominare l’erede al trono. Chi scegliere tra i due figli del re? Lo straripante e impavido Thor o il secondogenito introverso Loki? Il topico momento della proclamazione del nuovo re di Asgard verrà rovinato dall’intrusione di storici nemici. L’ira di Thor porterà ad azioni avventate e a ritorsioni inevitabili. Pena: l’esilio da Asgard, il disprezzo di un padre deluso e la perdita di tutti i poteri. E nonostante la loro assenza, di colpo Thor diventa Superman: terra arida, campo di periferia, un meteorite (anzi due) che affonda sul nostro pianeta. Stavolta però non ci sono genitori ad accogliere l’alieno, ma una bella scienziata, prima visione dell’Uomo dal martello di tuono, ed è subito colpo di fulmine.

Kenneth Branagh, da grande esperto in materia, traduce su pellicola il più shakespeariano dei fumetti Marvel e ne esalta le tematiche da drammaturgo. Rapporti in bilico tra padri e figli, complotti e tradimenti in famiglia, il protagonista costretto a mettersi in discussione. Questo quando siamo su Asgard e nei suoi toni epici. Perché sulla Terra il registro del film cambia in modo drastico: sdrammatizza l’enfasi e si fa (auto)ironico, da puro cinecomics (con siparietti degni di Kate & Leopold). E la cosa non dispiace, anzi ricorda il riuscito esperimento di Iron Man. Ma il problema di Thor è forse proprio nella sua struttura duplice, troppo scissa tra un mondo di dramma e uno troppo leggero nonostante il peso di un martello incastonato stile Excalibur. Terra e Asgard: due mondi a cui corrispondono due modi di fare cinema.  A fare da collante contribuiscono la credibilità di Hemsworth come Thor, la grazia della Portman ed una trama coinvolgente nonostante gli sbalzi narrativi.

E alla fine, sorvolando su inquietanti dejavu visivi con Scontro tra Titani, se ci tocca scegliere Thor lo si preferisce umano e privo di poteri, senza quel martello con cui la lotta è impari e la vita sembra troppo facile. È nell’uomo (sporco di) terreno che  i toni del racconto diventano coinvolgenti ed è così che si rivede Shakespeare, nel personaggio alle prese con gli affanni dell’animo, alla ricerca del meglio di sé ad implorare in silenzio: “il mio regno per un martello”.

Giuseppe Grossi

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