Il paziente inglese

 

“Re” può essere una parola scomoda, un ruolo sgradito, ma anche una nota stonata. Cacofonica come l’altalenante arte oratoria del re Giorgio VI (che dal padre ha preso il nome, ma mai una carezza), per gli amici Bertie. Nomignolo creato dall’irriverente astuzia del logopedista Lionel Logue che prende a cuore il caso (e il caos) del Duca di York, al quale si richiede di togliersi di dosso l’impaccio del parlato per esprimersi di fronte alla sua nazione. Problema che si presenta soprattutto in pubblico, meno nel caldo tepore di una famiglia piena di amore parlato. Qui si conferma che dietro grandi uomini ci siano grandi donne (la regina Elisabetta, futura Regina Madre), ma si pone il dubbio su cosa ci sia dentro di loro. La balbuzie come stato mentale prima che fisico, l’incapacità di comunicare come disagio intimo prima che pubblico.

Il discorso del re è un film teatrale che mette in scena un uomo (un Colin Firth che rende il personaggio pieno di tenera solennità) allergico al palcoscenico e ad una platea immensa che ripone fiducia e aspettative in ogni sua sillaba. Dietro le quinte agirà un uomo intelligente, i cui sogni d’attore infranti ne hanno incoraggiato l’eclettica sfrontatezza. L’amico Logue fa scendere con pazienza sua Maestà Bertie da un piedistallo forzato e, con lezioni di logopsicopedia, lo invita a capire che prima di farsi ascoltare avrebbe solo bisogno di essere ascoltato. Con sguardo discreto, senza epica enfasi, con il tipico distacco british, Tom Hooper si addentra nella personalità del re e ne scopre pian piano la persona, al di là del personaggio.

Una bella storia inserita in una Storia drammatica, in cui a un duca si chiede di parlare da duce, che evidenzia l’esordio della politica nell’era dei mass media in cui il “come” diventa importante quanto (se non più) del “cosa” si dice. Tra accenti gravi di sentita commozione e acuti di comicità, l’opera di empatia col protagonista riesce in pieno. Alla fine ci sentiamo tutti di fronte ad un microfono, con l’ansia da prestazione, a sforzarci di vincere una piccola battaglia all’interno di una Guerra. E in effetti dopo che si accende la luce (rossa della spia o chiara della sala fa lo stesso) si rimane a bocca socchiusa,  ancora alla prese con il balbettio delle nostre emozioni più sincere. E Colin Firth prepari pure un bel discorso per la notte degli Oscar.

p.s. Dio salvi i nostri dialogisti e doppiatori.

Giuseppe Grossi

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