Mystic Eden

Il fiume è straripato, un fiume non basta più. La marea mistica di Clint Eastwood si apre con la tragedia dello Tsunami e arriva sino agli attentati metropolitani di Londra, legando così il dramma collettivo a quello intimo di tre personaggi tanto diversi e tanto lontani, ma uniti in tre declinazioni di solitudine e in tre definizioni di “morte”. George (uno straordinario Damon) è un uomo che vive solo con il suo dono (condanna), quello di percepire il mondo dell’aldilà sulla sua pelle. Così è costretto a vivere sfiorando gli altri, a chiudersi nel suo mondo così pieno di dolore,  affaticato da una vita fradicia di lacrime altrui. Marcus è un bambino nato adulto, costretto a  proteggere una madre tossico dipendente assieme al suo fratello gemello Jason che per lui è una guida, un esempio, una protezione. Sino a quando Jason muore investito da un’ automobile e Marcus ne raccoglie il cappello che fungerà da barriera, ricordo, contatto. Il suo dolore paradossale non gli permetterà neanche di guardare se stesso, perché ogni volta sarebbe come specchiarsi nella morte. Infine Marie, giornalista francese che in  Thailandia vive un’esperienza di purgatorio, di stasi in cui riesce ad intravedere il mondo che si apre quando si chiudono gli occhi. Ovattato, luminoso, sereno. Lotterà per raccontare la più personale delle esperienze.

Tra assenze di gravità e gravità di assenze, Clint Eastwood mantiene i guanti grazie ai quali riesce a trattare temi universali (morte, dolore, solitudine) con una delicatezza sempre inaspettata, con un tatto che conosciamo, ma sorprende ogni volta. Citando Dickens, in cui forse rivede il suo stile realistico, duro e senza spicchi  emotivi dichiarati, Hereafter si impone non come riflessione, ma come rappresentazione del dolore. Una dimensione che condanna all’essere soli, a percepire sull’unicità della propria pelle sensazioni ad altri indescrivibili. Clint non ha la presunzione di volerlo fare e disegna  un film che parla di paradiso, ma solo tratteggiandolo, facendolo percepire appena. Aldilà, ma non troppo, stavolta Eastwood si ferma sulla soglia non affonda il colpo su un tema che sarebbe troppo facilmente a portata di fazzoletto. Hereafter è un film difficile a partire dalle sue premesse e per questo non riuscito come i suoi ormai capolavori in serie, forse caricando troppo di aspettative l’incontro tra la tre storie che alla fine non convince e risulta frettoloso.

Film condannato a procedere col freno a mano tirato per non cadere nell’eccesso del poco credibile, continua però a giustificare gli intenti del suo regista. Il fine del cinema di Eastwood è sempre uno: mettere lo spettatore di fronte a persone  nelle quali ci si può riconoscere solo a patto di scendere nei territori scomodi della sofferenza, obbligando ad entrare in empatia con le loro esperienza di profonda umanità. Niente vie di mezzo, niente purgatori, Clint spinge ad approfondire ogni lacrima, ad andare oltre, a conoscere l’aldilà che è dentro ognuno di noi.

Giuseppe Grossi

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