Rapunzel: c’era una svolta

C’era una volta mamma Disney, generosa creatrice di capolavori. Poi con l’avvento delle nuove tecnologie, la madre diede vita al piccolo genio Pixar che finì per spodestarla dal trono dell’estetica, ma anche  della creatività e delle storie, sempre appassionate e commoventi. Dopo anni in cui il giovane ha dato lezione alla vecchia maestra, con Rapunzel (fallimentare titolo italiano a parte) arriva un film che coniuga l’antica narrazione disneyana al ritmo moderno di casa Pixar e non solo. Sotto la guida del papà di Toy Story, l’arcinota storia di Raperonzolo (dei fratelli Grimm) viene riscritta in chiave moderna, senza buttare giù dalla torre un sano classicismo.

Un Gobbo di Notre Dame al femminile, ma di fattezze ben più gradevoli, Raperonzolo non ha mai posato un piede scalzo sull’erba di un vicino che non c’è, isolata com’è nella sua torre in cui ha vissuto da sempre, dopo esser stata rapita da una vecchia malvagia, interessata ai poteri curativi della chioma della principessa mancata. Fuggirà assieme ad un ladro che verrà rapito dalla sua voglia di vivere.

Il regno dei cartoon ormai è stravolto dall’autoironia, Shrek  (anche lì c’era un principessa in una torre, un caso?) ha segnato una rivoluzione, un solco dopo il quale i film di animazione non potranno più essere come prima, almeno per i più grandi. Il tono dissacrante e satirico del cartoon Dreamworks ha spodestato il buonismo patinato disneyano rendendolo inapplicabile e poco credibile. Così in Rapunzel le celebri canzoni vengono derise dagli stessi personaggi (il ladro Flynney più di ogni altro) e tutta la storia è attraversata da gag esilaranti (vedi scena taverna) e interpretata da personaggi a loro modo irresistibili anche senza proferir parola (vedi il destiero Maximus e il piccolo camaleonte). Peripezie piene di sarcasmo, momenti di comicità no sense, ma sempre sotto la classica e mai banale morale disneyana. Fresca e agile storia di emancipazione e di scoperta di radici introvabili dall’alto di una torre, Rapunzel è capace di far lacrimare dalle risate, ma anche dalla commozione.Così nasce un film in cui tutti i nodi vengono al pettine (e qui è un’impresa).

Bisogna essere in due per intrecciarsi, e Disney e Pixar ci riescono perfettamente. Tanto da far pensare a un vero e proprio passaggio di consegne: la vecchia madre (la Disney) che si compiace nel suo specchio pieno di bugie lascia il passo ad una nuova principessa che da troppo tempo era chiusa in una torre. Ha avuto tempo per guardarsi attorno (e forse dentro) e capire quello che vuole il pubblico per rimanere legato alla sedia a gustarsi la magia. Ecco perchè “chi è la più bella del reame?” è una domanda che non interessa più a nessuno.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Giuseppe Grossi

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