Il crepuscolo di Harry

 

La magia è scomparsa, l’incantesimo è rotto, inizia la vita vera. La scuola non solo è finita, ma non è mai iniziata. Dai detriti della storica Hogwarts si alza un cielo nero che si allarga sino alla casa babbana di Harry Potter. L’adolescenza è uno sbiadito ricordo da cancellare dalle foto della memoria o da chiudere in cantina. Le figure protettive e rassicuranti, da Silente ad Agrid, passando persino per la cara Edvige, sono ormai lontane. Voldemort è più vivo che mai e vuole estendere la sua fame di vendetta sui tre doni della morte rimasti a portata di bacchetta. Il trio Harry, Ermione, Ron intraprende un vagabondaggio affannoso (in parte anche per il pubbblico) in cui profonde crisi esistenziali si alternano ad adolescenziali triangoli amorosi alla Twilight. Paragone che ritorna forte anche nella fotografia, nell’abbigliamento, nella scenografia e in alcune scelte registiche (vedi corsa nelle foreste). I veri vampiri succhia idee sembrano essere i maghi. Il che abbassa parecchio la cifra stilistica della saga che finora aveva trovato proprio nell’originalità scenica il suo punto di forza.

Harry Potter e i doni della morte è forse il film più babbano di tutti; quello che mette da parte la profonda mitologia magico-fantasy della serie, accantonando incantesimi, mostri, troll e creature magiche ed evidenziando il lato più travagliato e umano della vicenda. Harry è solo, prende sempre più coscienza che questa lotta è la sua lotta, nella quale nessuno può intervenire senza poi diventare una vittima o un peso sulla sua coscienza. Così il film si allontana dal chiasso di Hogwarts e delle città, perdendosi in campi innevati, paesini deserti, panorami rocciosi, dentro silenzi e sguardi verso un orizzonte oscuro che ha perso il fascino spensierato di un tempo. Gli occhiali dell’ex maghetto cambiano gradazione; dalla miopia dei primi capitoli in cui doveva ancora mettere a fuoco i suoi poteri e le sue prospettive, si passa ad un’ipermetropia in cui il male si fa sin troppo evidente.

Nonostante un ritmo altalenante e un registro espressivo indeciso (si passa dal drammatico allo spensierato con la facilità di un “patronum”), Harry Potter e i doni della morte regala tratti di buon cinema narrativo (su tutti la spiegazione a cartoon della leggenda dei doni e  lo spionaggio nel ministero) e tratti di commozione per gli amanti della saga che, tra lutti e adii, sentono avvicinarsi “tu sai chi” assieme alla parola “fine”. Molto, troppo, rimane nascosto dietro un mantello di invisibilità (e marketing) rimandando il clou al capitolo finale (Luglio 2011). Saranno passati dieci anni dall’inizio e con loro tanti spettatori che si ritroveranno nel percorso di Harry, iniziato nell’ingenua scoperta di Sè e finita nella problematica scoperta del mondo. E lì non c’è bacchetta magica che possa cambiare le cose.

                                                                                                                                                                                                                                                                                 Giuseppe Grossi

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