La solitudine del primo profilo

Mark Zuckerberg (l'attore Eisenberg) assieme al suo unico "vero" amico

 

Autunno 2003. Due fidanzati discutono in un pub. Lei, stanca del comportamento paranoico e distaccato di lui, lo lascia. Stop. Cambio di status. Mark Zuckerberg diventa “single”, o meglio “solo”. Sarà l’ultima volta che il presunto inventore di Facebook parlerà con qualcuno guardandolo in faccia, perché d’ora in poi vivrà la vita “di profilo” guardando gli altri di lato, di striscio, attraverso “contatti” glaciali. La genesi dell’eden di iscritti Facebook parte da qui, dalla frustrazione del suo inetto inventore Zuckerberg, nerd di Harvard, la cui incapacità nei rapporti sociali è inversamente proporzionale alla lungimiranza della “sua” intuizione: creare una piattaforma on line che permetta di farsi i fatti degli altri o farsi e basta. La sua rete non nasce con sofisticate finalità sociologiche, ma come mezzo per catturare gli altri, piazza virtuale in cui diventare cacciatore o farsi preda. Un messaggio però emerge chiaro: lo stesso creatore non ha avuto mai il controllo della sua creatura, non avrebbe mai saputo immaginare il suo percorso e la sua evoluzione, perché oggi Facebook è molto più e molto altro di un semplice ritrovo per studenti arrapati. Fincher non ci racconta la complessa evoluzione del mezzo, ma le mani inconsapevoli e maldestre che l’hanno creato, o meglio co-fondato. Perché Zuckerberg, nella sua reiterata inettitudine, ha avuto la vorace capacità di carpire qua e là idee altrui, di servirsi delle persone giuste al momento giusto e di “condividere” le loro capacità per il suo unico interesse: scrollarsi di dosso la tag “sfigato”.

Come  in Fight Club, anche qui si delinea una rivoluzione sociale, soltanto molto meno profonda. Lì c’erano degli ideali, qui soltanto brillanti idee che celano solitudine. The social network è un film a una dimensione, totalmente ambientato in quel labirinto che è la mente deviata di Zuckerberg, che porta lo spettatore a chiedersi “a cosa sta pensando?”. Domanda lecita considerando il personaggio schivo ed ambiguo, apparentemente innocuo, ma capace di perverse azioni dettate dall’invidia e dal totale disinteresse per valori come la privacy altrui. Sempre pervaso da un pensiero laterale che porta a chiedersi se la sua mente si offline e già orientata ad accendere il portatile. Delegare a Facebook e ad un pc le dinamiche sociali della vita. Pensiero di per sé angosciante, ma non per mezzo miliardo di iscritti, certo non tutti disperati solitari come Zuckerberg che grazie alla splendida scena finale ci viene posto sotto una nuova luce, evidenziando la sua testarda e quasi tenera ricerca della sua prima richiesta di amore (più che amicizia) mancata. La ragazza del pub potrà forse diventare sua “amica”, ma solo sul suo terreno virtuale e la sua mano potrà sfiorarla soltanto grazie al gelo del tasto “aggiorna”. Niente bacheche sul profilo di Mark, solo un grande muro su cui è vietato scrivere. (ps su Facebook è impossibile inoltrargli una richiesta di amicizia)

Film freddo e distaccato come il mezzo di cui racconta la nascita, The social network è un film rapido e veloce come il web, i cui tempi vengono dettati da dialoghi serrati e battute ad effetto da citare nei propri status. Un’opera intelligente in cui i momenti di vuoto e di noia sono funzionali a descrivere il contesto in cui è nato il fenomeno Facebook. Un film che contiene un messaggio chiaro, con una curiosa coincidenza. Nel suo cast c’è il talentuoso Andrew Garfield (che interpreta l’unico ex amico di Mark, Edoardo) prossimo Peter Parker nel nuovo Spiderman di cui Fincher riprende il motto: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. La ragnatela Facebook ha tanto potere; ad ognuno di noi la responsabilità del suo utilizzo. 

 Giuseppe Grossi

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