Inception: il bi-sogno del cinema

 

 

Un’idea così visionaria può essere germogliata solo in un sogno, in uno di quelli più ispirati e verosimili. Christoper Nolan apre gli occhi e sveglia il cinema stesso da un torpore fatto di remake e sequel da incubo e ci conduce nei meandri oscuri della mente umana, abitata da ricordi, sprazzi di sentimenti, rancori, visioni straordinarie, attraverso un film finalmente originale e stupefacente. Inception è l’inizio di un nuovo modo di vivere il cinema, di concepirlo come definitiva macchina di sogni, mezzo attraverso cui dar voce e forma all’altrimenti impresentabile. Il cinema può e Nolan ci dimostra come si fa. Il suo film “ideale” parte da un presupposto cervellotico e cerebrale: rappresentare il mondo onirico, le infinite ed instabili vie del sogno. Dom Cobb è un abile ladro di idee, si infiltra nel subconscio altrui per scardinare segreti industriali, formule nascoste nelle roccaforti delle sue vittime. Per far questo Cobb ha bisogno di conoscere a fondo la mente del derubato e di costruirvi all’interno percorsi architettonici realistici e personali. Ma proprio lui, creatore di mondi onirici, è perseguitato da un sogno ri(n)corrente che facilmente si trasforma in incubo, pieno com’è di ricordi impregnati di amore disperato.

In questo limbo in cui la differenza tra realtà e sogno è in bilico come una trottola su un piano inclinato, soltanto una nuova missione spinge Cobb ad un’ultima disperata impresa. Non più rubare un’idea, ma innestarne una nuova e far credere al soggetto in questione di esserne l’effettivo creatore. Questi i presupposti di una trama a matriosca che parla di sogni nel sogno, di amori che si chiudono su se stessi come una città capovolta, di individui che non vivono sogni, ma sognano vite. Nolan è un abile costruttore di idee nuove e dal cinema che lo precede non ruba nulla (se non qualche concetto di Matrix).

Inception apre la mente e bussa soltanto al cuore, non emoziona tanto per le lacrime, ma per l’epicità delle immagini e dei suoni che creano un’armonia perfetta. Alla faccia del 3d, questo film riesce davvero a trasportare in un’altra dimensione spazio-temporale creando quel senso di vertigine simile alla caduta che ci sveglia dal sonno. Tutto questo può capitare solo al buio di una sala, sognando ad occhi aperti, perché in fondo il cinema è un sogno condiviso.

Giuseppe Grossi

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